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Immersioni
Speciali: il Riporto in Superficie
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Fino a qui è tutto
chiaro, ma è da questo punto che cominciano i problemi poiché il più delle volte
il pallone raggiunge la superficie con il suo carico ad una velocità
eccessiva. Questa velocità, fa sì che il pallone
giunto in superficie, prosegua per inerzia la sua corsa oltre la superficie
stessa dell’acqua, saltandoci sopra; l’aria in esso contenuta fuoriesce, il
pallone si sgonfia, perde volume e si ribalta… immediatamente il carico privato
sia della spinta positiva che di quella neutra (principio di Archimede)
precipita verso il fondo in modo catastrofico.
La soluzione al problema è fare in modo che la risalita dell’insieme,
sia controllata.
Le tecniche da adottare sono le seguenti (premesso che i palloni da usare possono essere di tre tipi):
Pallone tradizionale con tappo di scarico (figura 1).
Pallone con controllo del volume (figura 2).
Pallone chiuso con valvola di sovrapressione (figura 3).

Prendiamo allora in esame l’uso del pallone tradizionale della fig. 1 (i palloni 2 e 3 sono eccessivamente costosi) e vediamo come lo si può usare in modo appropriato:
Una volta stimato il peso dell’oggetto che si vuole riportare in superficie, è opportuno usare un pallone con un volume da 2 a 3 volte superiore al peso da sollevare per poter far fronte ai seguenti inconvenienti:
Per poter operare in sicurezza e con cognizione di causa, dobbiamo iniziare con un sopralluogo di ricognizione. Dal sopralluogo ricaveremo molti dati utili che, oltre a fornirci un’immagine concreta di ciò che ci apprestiamo a fare ci dirà esattamente:
dov’è ubicato l’oggetto → rilevamento
se vi sono ostacoli sopra sotto o nelle prossimità, tali da compromettere il successo del riporto disegno una mappa dettagliata e descrivo le difficoltà → relazione
Profondità dell’oggetto da recuperare + tempo necessario al recupero (stima) → tabelle (curva di sicurezza)
Valutazione del peso (stima) dell’oggetto da recuperare
Tipo di fondale: sabbia, fango, argilla, detriti ecc. ecc.
Percentuale di insabbiamento dell’oggetto al fondo (stima)
Possibilmente foto o filmati che diano la possibilità a “secco” di fare opportune considerazioni
A tutti questi dati, in fase di progettazione dell’immersione bisognerà aggiungere e considerare anche:
Va da se che non posso sollevare un oggetto dal peso di Kg. 1.000 se ho forza per Kg. 100.
Sempre il recupero che ci apprestiamo a compiere deve tener conto
come abbiamo visto del tipo di fondale su cui è coricato, appoggiato o
peggio affondato l’oggetto. Fango, argilla ma anche sabbia e detriti
aumentano in modo a volte incalcolabile la spinta necessaria a
“scollare” l’oggetto dal fondo, con la controindicazione che una volta
superata la forza legante, ci troveremo con una spinta superiore a
quella necessaria per farlo normalmente decollare.
In altre parole: avremo gonfiato così tanto il pallone che, avremo
certamente vinto la resistenza incontrata per farlo partire ma, a quel
punto, il pallone avrà troppa aria al suo interno per il peso che
deve sollevare e la velocità di salita subirà una brusca ed
incontrollabile accelerazione, tale da travolgere chiunque sia nel suo
raggio o traiettoria d’azione. Inoltre il riporto schizzerà verso la
superficie ad una velocità troppo elevata, uscendo dall’acqua, salterà fuori
dalla superficie stessa, perderà il gas al suo interno precipitando
inesorabilmente verso il fondo.
La sicurezza in questo tipo d’esercizio è imperativa, qualsiasi sia il motivo per cui abbiamo deciso di riportare in superficie un oggetto, la sicurezza è e deve sempre rimanere il nostro obiettivo principe. Non c’è alcun valore che superi quello della vita propria e quella degli altri.
Alcuni accorgimenti dettati dal buon senso come:
mai avvicinarsi, passare o rimanere sotto il carico
per nessun motivo.. mai agganciarsi al carico
mai trovarsi sopra il pallone
attuare sempre un’ottima programmazione/progettazione
distribuire ruoli chiari e non sovrapposti in base alle abilità dei singoli o del team
distribuire in modo chiaro ed univoco gli incarichi (dire chi fa che cosa)
provare a secco l’imbraco per il sollevamento
possedere attrezzatura ottima e ridondante
ed alcune leggi fisiche ben conosciute quali Principio
di Archimede, Torricelli, Pascal e Boyle e Mariotte, giocano se ben
sfruttate, indubbiamente a nostro vantaggio nell’esecuzione del compito.
Tenendo conto che indipendentemente dalla profondità cui si trova il nostro
oggetto, noi dovremo posizionare per motivi di sicurezza il nostro
pallone da sollevamento a non più di 10 m. dalla superficie….
avendo poi il pallone una capienza almeno doppia se non tripla rispetto al
peso stimato, succederà che…
devo sollevare un oggetto dal peso stimato di Kg. 100, ho un pallone da Kg. 300, sono a 10 metri di profondità..
opero in questo modo:
gonfio il pallone opportunamente agganciato al recupero fino a provocare il suo distacco dal fondo
in
questa situazione mi trovo con il pallone che contiene al suo interno
gas sufficiente a trascinare in superficie Kg. 100…
in realtà al suo interno il gas immesso si
trova in una condizione iperbarica a: 2 ATA (10 m di colonna
d’acqua = 1 ATM + 1 ATR)
il pallone è riempito però (a quella quota) solo un terzo della sua
capacità di spinta
l’insieme sale verso la superficie
il gas al suo interno inizia ed espandersi
giunto in superficie, il pallone per effetto dell’espansione del gas (Boyle e Mariotte) avrà un volume (d’aria) doppio rispetto alla quota di partenza
il
pallone in superficie sarà però ancora vuoto (immerso) per un altro
terzo (margine di sicurezza)sufficiente a mantenere immersa la bocca di
carico del pallone ed assicurando così l’emersione in superficie
dell’insieme senza causarne il ribaltamento.
Per questi due motivi quindi bisogna
operare il riporto sempre da quote in cui è gestibile la velocità di risalita
usare un pallone con capienza superiore di almeno due ma meglio tre volte il peso stimato, in modo da gestire il volume del gas espanso in superficie; usare più palloni.
Ma allora se devo recuperare un oggetto a 30 o 40 metri come faccio?
Vediamo innanzi tutto il
trasporto su un piano inclinato e cioè la risalita in orizzontale lungo il
fondale.
Useremo una cima che collega il pallone all’oggetto di una lunghezza minima
che mi permetta d’arrivare fino ad a 8 / 10 metri dalla superficie e
comunque rapportata sia alla profondità in cui è situato l’oggetto da
sollevare sia alla quota di lavoro a cui vogliamo operare con il pallone.
A tale cima avremo fatto degli anelli con nodo di gassa d’amante ad una
distanza di 5 metri l’uno dall’altro.
Agganceremo un primo pallone alla massima estremità ed un secondo pallone
alla quota successiva (5 m. più basso), daremo aria al primo pallone, al
primo movimento di risalita, interromperemo l’erogazione allontanandoci
dalla zona di risalita e lasciando risalire il tutto: se il pallone, come
detto prima, avrà un volume appropriato, uscirà in superficie mantenendo la
posizione di galleggiamento, contemporaneamente gli operatori si troveranno:
lontani dal carico
in quota (assetto) diversi metri sopra al carico
in condizione di allontanarsi dalla cima quando il pallone inizia a decollare
lontani dal pallone
Una volta in superficie, il
pallone avrà trascinato l’oggetto a 8 / 10 metri dal fondo, trasporteremo
quindi il tutto verso la salita del piano inclinato (verso riva) aiutandoci
esclusivamente con una cima agganciata all’altezza del moschettone del
pallone più profondo e tenendoci quindi a debita distanza (di sicurezza) dal
carico.
Una volta che il carico trascinato lungo il piano inclinato toccherà
nuovamente il fondo, ripeteremo l’operazione di risalita caricando il
secondo pallone all’anello successivo, recuperando così il primo che potrà a
sua volta essere agganciato ad un terzo anello e così via.

Il recupero in verticale avverrà in modo analogo, anche questa volta useremo due o più palloni, uno da gonfiare e l’altro da usare nella tappa successiva.
Supponendo di dover risalire per 40 metri useremo una cima di 30 metri alla quale avremo praticato 3 anelli con gassa d’amante, ciascuno alla distanza di 10 metri dal successivo.
Faremo salire il carico
usando per primo tutti i 30 metri: il pallone uscirà in superficie.
A questo punto useremo il secondo pallone, che avremo già agganciato sgonfio
all’anello dei 20 metri, lo gonfieremo ed il carico salirà per altri 10
metri.
Come il secondo pallone guadagnerà la superficie il primo pallone si sarà
rovesciato perdendo l’aria e affonderà.
Lo recupereremo sganciandolo dall’estremità della cima e lo agganceremo al
terzo anello, quello dei 10 metri. Al momento opportuno lo gonfieremo ed il
carico risalirà per altri 10 metri.
A questo punto avremo a disposizione, sgonfio, ancora il secondo pallone che
agganceremo direttamente all’anello del carico.
Al momento opportuno lo gonfieremo ed il carico si porterà alla quota più
vicina possibile alla superficie, tenendo conto della lunghezza del pallone
stesso.
Da qui potremo salpare il carico con delle cime direttamente dalla barca.
Anche in questo caso, l’incolumità degli operatori è garantita dall’osservanza delle distanze di sicurezza rispetto al carico in movimento ascensionale e dalla distanza al pallone.
Come avrete certamente notato, la tecnica di sollevamento tra il piano inclinato e la verticale è la stessa, la differenza consiste nel fatto che quando si è vicini a riva, per motivi di sicurezza è sempre meglio appoggiare il carico al fondo, mentre nel blu, si è costretti a mantenerlo in verticale.

Ringrazio l’amico Alberto Comes per la Qualità delle Informazioni passate, senza le quali questa lezione non sarebbe stata possibile.
I partecipanti all’immersione di sollevamento (con successo) d’una barca in legno, affondata a 18 metri di profondità sul lago di Garda, località Malcesine, avvenuta il 28 novembre 2004 con il corso di terzo grado ANIS della scuola “sub Tre Mari” di Vicenza

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