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Un frammento di storia speleosub delle nostre parti...
Citiamo integralmente un articolo pubblicato dalla Tre Mari, ripreso nel capitolo "La speleologia" a pag. 118 del "Manuale del Subacqueo" di Gino Catalucci edito da Longanesi e tuttora in vendita nelle librerie.

La speleologia

La speleologia subacquea è una delle attività più pericolose in senso assoluto che l'uomo possa intraprendere. Quasi ogni anno si verificano drammatici incidenti durante l'esplorazione di una grotta sommersa e, quando accade una disgrazia, spesso ne seguono altre a catena a causa delle difficoltà nel recupero del corpo del sub infortunato.

Invece di affliggervi con noiose raccomandazioni vi trascrivo la relazione del dottor Luigi Simoncelli su un fatto realmente accaduto pochi anni or sono a Ponte Subiol di Valstagna (Vicenza) durante l'esplorazione di una grotta sommersa (dal n. 13/79 del bimestrale del Club Sub Tre Mari di Vicenza).

L'esplorazione

Il Gruppo Subacqueo di Bassano organizza una spedizione esplorativa. Del nucleo esplorativo di punta farà parte, fra gli altri, il dottor Gaetano Starabba di quarantadue anni, vice direttore della Banca Nazionale del Lavoro di Vicenza, da vent'anni appassionato ed esperto subacqueo sommozzatore patentato dalla Federazione. Pratica costantemente tennis, calcio ed equitazione.

I fatti

La programmazione è accurata: a quota -20 e a -40 si fermeranno due gruppi di speleosub; il terzo gruppo, rappresentato dai sub più validi ed esperti (Gaetano Starabba e Adriano Mengotti), si spingerà sino a quota -50. I contatti verranno mantenuti mediante segnalazioni luminose.

Il gruppo di punta supera rapidamente i -40 e sprofonda sempre più giù nel buio. Mengotti richiama più volte all'osservanza del programma prestabilito il compagno, ma questi non l'ascolta e continua la discesa. Mengotti generosamente lo segue.

A circa -60 metri si accorgono di aver perso il riferimento luce. Contemporaneamente sono costretti a dover inserire la riserva delle bombole. Si portano, sempre in caverna, a una quota superiore per risparmiare un poco sul consumo d'aria.

Cercano l'uscita, lucidamente prima, più affannosamente poi. Trascorrono, eterni, cinque, sei, sette minuti: ormai rassegnati alla morte si stringono la mano in un ultimo gesto di addio.

Gaetano Starabba sviene, si abbandona su un fianco, muore per anossia. La sua lampada, rimasta accesa, illumina l'uscita dal fondo della grotta in cui si è accasciato per sempre. Mengotti, richiamato dalla luce ad una quota inferiore, la vede, risale verso la luce di quota -40. Viene soccorso, riportato verso la superficie. Lo si costringe a fare la decompressione secondo i tempi regolamentari. Si salva.

Il recupero

Il corpo di Gaetano Starabba giace a -65 metri, nelle gelide acque della grotta dell'Elefante Bianco (vedi figura). Tutti i suoi amici subacquei, sotto la coordinazione della Società Tre Mari di Vicenza, decidono il recupero.

La Banca Nazionale del Lavoro chiede l'intervento di professionisti di corpi specializzati. I carabinieri sommozzatori di Trieste partono alla volta della Valsugana invitando i presenti a non immergersi prima del loro arrivo: trascorre una giornata nell'inutile attesa.

Un ordine li fermerà infatti perché "non abilitati a scendere in grotta". Arriva il corpo di soccorso alpino composto da volontari con elementi scelti che arrivano da Milano, Cuneo, Verona, Trieste.

Prima fase: sono stabilite tre 'basi' a quote decrescenti con due sub per base. Ogni gruppo, dislocato a quota -20, -40, -65 metri, è dotato, oltre l'attrezzatura normale, di autorespiratori di emergenza. In superficie è pronta a intervenire una squadra di soccorso rappresentata da due profondisti in grado di scendere sino a quota -70 se necessario.

Il servizio sanitario è affidato al dottor Luigi Simoncelli: sono a sua disposizione un'autoambulanza e un elicottero per l'eventuale trasporto a Riva del Garda dove esiste una camera di decompressione dell'Istituto industriale Rossi di Vicenza.

La strada da seguire fino a quota -60 è stata, in precedenza, tracciata con una robusta corda. Una seconda squadra di altri sei sub interverrà, in un secondo tempo, per il recupero della salma.

Scatta l'operazione, divisa in più fasi, regolata al secondo da un cronometrista. Il corpo di Gaetano Starabba viene raggiunto e assicurato a una cima. A questo punto, a quota -70, il primo dei profondisti, Enrico Mendini, chiede soccorso al compagno e sviene, i denti stretti sul boccaglio.

Il compagno di quota, Russo di Trieste, lo porta a quota -40. Nel frattempo a -32 Simoncelli ha sentore che qualcosa non vada per il giusto verso, giù nel buio. Risale velocemente, lancia l'emergenza e si prepara a intervenire per la rianimazione.

La squadra di emergenza si tuffa e, in soli 90 secondi, riporta in superficie l'infortunato che oramai non respira più. Le sue condizioni sono preoccupanti, ma quindici minuti di respirazione artificiale saranno sufficienti a metterlo fuori pericolo immediato. Sarà tuttavia inviato, tramite elicottero, alla camera di decompressione per evitare la pur sempre possibile insorgenza di un'embolia gassosa.

Interviene ora la seconda squadra per completare il recupero.

A quota -50 metri Tommasini di Milano che con Rossi costituisce l'elemento di punta, per cause imprecisate, va in affanno e sviene. soccorso dal suo compagno, appunto Franco

Prontamente Rossi, presidente della Società Sub Tre Mari di Vicenza, viene dallo stesso, rapidamente, portato in superficie. Le sue condizioni sono critiche e il medico dispera subito di salvarlo; non respira e il suo cuore praticamente non batte più. Respirazione artificiale e massaggio cardiaco s'impongono contemporaneamente e vengono continuati per quasi mezz'ora.

Si riprende lamentandosi però di forti dolori al diaframma e poco dopo inizia a perdere sangue dalle labbra. Viene quindi trasportato, via elicottero, a Riva del Garda e ricoverato nel reparto di rianimazione dell'ospedale civile. Due giorni dopo sarà dichiarato fuori pericolo.

Le operazioni di recupero subiscono una pausa perché il 'laghetto' si e intanto tramutato in un'impetuosa sorgente, con l'emissione di svariati metri cubi d'acqua al secondo a causa delle piogge torrenziali verificatesi sugli altopiani.

Seconda fase: sopraggiungono, circa sette giorni dopo l'incidente mortale, i sommozzatori specialisti delle Fiamme Oro della pubblica sicurezza di La Spezia. Sono rappresentati dal capitano Maurizio Zaffino, dal capitano Francesco Forleo, dagli appuntati Otello Ontari e Michele Massafra.

In un secondo tempo giungono le guardie Nadio Piacentini e Luigi Piscitelli. Trattasi di un team di professionisti calmi, seri, meravigliosamente preparati, da un punto di vista tecnico, da quello stesso Comsubin da cui uscirono, nell'ultima guerra, tutti gli eroi della Decima Mas.

In una prima immersione raggiungono il corpo di Starabba, cercano di riportarlo verso la superficie, ma non vi riescono a causa del loro assetto troppo negativo. In una seconda immersione scoprono che, nel frattempo, il corpo del subacqueo, evidentemente soggetto all'azione di lente correnti, si è incastrato in un dedalo di cunicoli ciechi da cui pare impossibile estrarlo. La profondità, ora, supera nettamente i 70 metri di quota, si approssima agli 80. Si dispera ormai di riuscire a recuperare la salma dello sfortunato sub. Vengono chiesti nuovi mezzi a La Spezia: arrivano gli ultimi due sommozzatori militari Piacentini e Piscitelli unitamente a una camera di decompressione mobile appartenente alla pubblica sicurezza di La Spezia, una delle poche esistenti in Italia. L'intera organizzazione è in mano ai militari della pubblica sicurezza costantemente in contatto, via radiotelefono, col Questore di Vicenza. Sono sempre presenti alle varie fasi di recupero il Vice Questore e il direttore della Banca Nazionale del Lavoro di Vicenza.

Collaborano strettamente alle operazioni di recupero tutti gli amici del sub scomparso sia di Vicenza sia di Bassano. Del servizio sanitario è sempre responsabile il dottor Simoncelli.

Il 26 luglio vengono riprese le operazioni di recupero: il corpo viene liberato da oltre quota -70 e riportato a circa 50 metri.

All'improvviso un nuovo incidente: Piacentini sviene improvvisamente. Riportato in superficie viene sottoposto a terapia rianimativa. In 10 minuti è fuori pericolo immediato. Viene poi posto in camera di decompressione e assistito costantemente dal dottor Simoncelli e dai compagni. Ricoverato in seguito presso l'ospedale di Bassano sarà dichiarato il giorno dopo fuori pericolo.

Il giorno 29 luglio 1971, alle ore 15, le spoglie mortali del dottor Starabba vengono finalmente riportate in superficie. Sono trascorsi ben quattordici giorni dalla data fatale dell'immersione. Notevoli le difficoltà superate dai militari in quest'ultima operazione: la temperatura della sorgente fra l'altro è inferiore ai 10 gradi centigradi e ha creato non pochi problemi soprattutto nella fase di decompressione.

Nessuno dei sommozzatori era fornito delle moderne mute termiche oppure delle mute francesi in trixavil particolarmente adatte per immersioni in acque gelide. I tempi di immersione venivano ad essere così necessariamente ridotti ed era sempre presente la possibilità di congelamento a carico degli arti. La notevole profondità operativa esigeva infine la decompressione nella fase di riemersione. Ciò faceva sì che qualsiasi emergenza che richiedesse l'emersione rapida del sub infortunato lo esponeva automaticamente all'insorgenza della 'sindrome embolica'.

Se i molteplici incidenti non provocarono altre vittime lo si deve solo alla perfetta organizzazione di sicurezza sia della prima sia della seconda fase, che non lasciò nulla all'imprevisto. "


E' evidente da questa lettura che il bilancio finale di un morto poteva risultare ben più pesante nonostante i dispositivi di sicurezza predisposti e la preparazione e l'esperienza dei soccorritori.

Potremmo citare tanti altri casi simili nello svolgersi degli eventi e anche molto più tragici, ma abbiamo preferito riferire questo perché basato sull'esperienza diretta, quindi più immediato.

Noi possiamo solo chiedere di non cacciarsi in avventure pericolose, ma di lasciarle ai professionisti.

In Italia ci sono pochissimi gruppi di speleosub operanti in seno ad associazioni di speleologi, e chi volesse intraprendere questa attività dovrà rivolgersi a loro. Una cosa è infatti esplorare un ampia grotta marina sempre affascinante, ma raramente complicata nel suo percorso, altra cosa è infilarsi negli stretti cunicoli dei fiumi sotterranei dove l'acqua è molto fredda e la visibilità dopo pochi secondi si riduce a zero.

Comunque, qualora si voglia entrare in ambienti chiusi dove non sia possibile vedere l'uscita dall'interno, è assolutamente indispensabile portare un rotolo di sagola bianca, fissata all'esterno, avvolta su una bobina, in modo da poter ritrovare l'apertura d'uscita seguendo questo filo d'Arianna. Prima dell'immersione si sarà provveduto a segnalare la sagola in modo visibile e a intervalli regolari in modo da poter verificare in ogni momento la distanza in progressione, ad esempio ogni 5 o 10 metri.

In queste immersioni è essenziale predisporre tutto (aria, picchetti, sagole, luci, soccorsi) prima e procedere con estrema cautela per gradi.

Non si entri mai in grotte complicate ad alte profondità, dove il cervello funziona già poco per la narcosi da azoto e dove il più piccolo intoppo pone basi quasi certe per un incidente grave.

Inviami anche tu un articolo scritto di tuo pugno!